Leonardo da Vinci. L’uomo, l’artista, il genio

Uno dei periodi più celebri dell’arte italiana è certamente quello definito “Rinascimento maturo”, collocato tra la fine del 1400 e il principio del 1500. È l’epoca di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Correggio, Giorgione e molti altri. Il più vecchio di essi è Leonardo, nato ad Anchiano, frazione di Vinci, piccolo borgo tra le ridenti colline toscane. Leonardo vede la luce il 15 aprile del 1452, alle tre del mattino, così come registrato da suo nonno paterno, il notaio ser Antonio da Vinci, su un libro notarile. Frutto di una relazione illegittima tra ser Piero, anch’egli stimato notaio, e una popolana di nome Caterina, Leonardo viene riconosciuto dal padre ma fatto allontanare dalla madre, messa in disparte e costretta a sposare un certo Antonio del Vacca, detto l’Attaccabriga.

Uno scorcio di Vinci.

Leonardo cresce all’aperto, a stretto contatto con la Natura che è la sua prima maestra. Fin dalla più tenera età, infatti, egli la osserva, ne comprende il messaggio e nutre il desiderio di carpirne i segreti. Nel 1469 l’adolescente Leonardo lascia per sempre Vinci e si trasferisce a Firenze, al seguito del padre che è stato nominato notaio della Signoria. Ser Piero asseconda la sensibilità artistica del figlio permettendogli di dedicarsi alla pittura. Leonardo entra così come apprendista in una delle principali botteghe fiorentine, quella di Andrea del Verrocchio, pittore e scultore tra i più celebrati del periodo. In questa bottega, in cui c’è posto solo per chi ha talento da vendere, si eseguono opere per una committenza prestigiosa e si formano giovani artisti tra i quali si sono già distinti Botticelli, il Perugino e Lorenzo di Credi. Leonardo collabora col Verrocchio alla realizzazione del Battesimo di Cristo, eseguendo la dolce figura dell’angelo di profilo e il paesaggio di sfondo a sinistra.

Andrea del Verrocchio e Leonardo da Vinci, Battesimo di Cristo, 1472-75 c., Galleria degli Uffizi, Firenze.

È il 1472, ha appena vent’anni e si distingue dai suoi coetanei per la vivacità della conversazione, il fascino con cui espone le proprie idee e l’intelligenza poliedrica. In questo giovane promettente pittore già si intravedono i segni della sua universalità e quella capacità di immaginare il futuro che solo i geni possiedono. Alla personalità carismatica e all’acutezza di intelletto, inoltre, si accompagna la bellezza fisica. Le fattezze di Leonardo si conoscono grazie a un Autoritratto senile a lui attribuito, databile al 1515 circa. Per le fattezze in età giovanile e matura si hanno alcune ipotesi di identificazione, in opere sue e di altri artisti, come nel giovane in piedi all’estrema destra dell’Adorazione dei Magi e nel David del  Verrocchio. Esistono poi varie fonti che, pur non descrivendo con precisione il suo aspetto fisico, elogiano la sua bellezza, come ad esempio l’Anonimo Gaddiano che scrive: «[La Natura] non solo della bellezza del corpo, che molto bene gli concedette, volse dotarlo, ma di molte rare virtù volse anchora farlo maestro. […] Era di bella persona, proportionata, gratiata et bello aspetto.»

Leonardo da Vinci, Autoritratto (presunto), 1515, Biblioteca Reale, Torino.

La prima opera certa di Leonardo risale al 1473: si tratta di un disegno, Paesaggio del Valdarno, in cui si annuncia l’interesse per una rappresentazione reale della natura. L’artista, infatti, tenta di riprodurre il vero, non idealizzando il paesaggio che sta davanti a lui, ma descrivendolo con precisione.

Leonardo da Vinci, Paesaggio del Valdarno, 1473, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Questo nuovo modo di intendere il naturale è però assente nelle sue pitture coeve, segno che l’influenza del Verrocchio e della lezione del XV secolo è ancora presente in lui. L’Annunciazione, infatti, con il suo paesaggio irreale, risente ancora dell’astrazione quattrocentesca. Per contro, però, le figure sono trattate da Leonardo con una dolcezza e un realismo nuovi e il cromatismo è già frutto di un personale ripensamento in chiave chiaroscurale.

Leonardo da Vinci, Annunciazione, 1474, Galleria degli Uffizi, Firenze.

La rottura fra Leonardo e la pittura fino ad allora in voga avviene con il Ritratto di Ginevra de’ Benci, databile 1474-77. Gli ideali di Lippi, Botticelli e di tutti gli altri artisti di quel periodo sono quelli di una bellezza irreale, astratta. I caratteri somatici di Ginevra, invece, sono fortemente sottolineati e, grazie anche a un gioco di luce-colore, svelano il reale volto di una donna.

Leonardo da Vinci, Ritratto di Ginevra de’ Benci, 1474-77, National Gallery of Art, Washington.

Negli anni Settanta del Quattrocento, Leonardo continua a collaborare col Verrocchio ma gli sono attribuite due tavole interessanti: la Madonna del garofano e la Madonna Benois. Entrambe risentono ancora della lezione verrocchiesca, ma continua la ricerca di una nuova concezione luministica. Nella Madonna del garofano, la luce entra dalle due bifore poste sullo sfondo e avvolge la Vergine e il Bambino in un caldo abbraccio cromatico. La Madonna Benois, più dinamica, raffigura un momento di tenerezza fra madre e figlio. La vivacità del Bambino, la descrizione delle mani, il sorriso divertito della Vergine, sono elementi di verità che mostrano alla pittura nuovi orizzonti.

Nel 1476 Leonardo viene denunciato, insieme ad altri quattro uomini, con l’accusa di sodomia. La denuncia è anonima e l’accusa viene respinta, a condizione che nessun ulteriore accusa a carico dei protagonisti appaia di nuovo con gli stessi capi di imputazione. In quello stesso periodo, Leonardo si licenzia dalla bottega del Verrocchio e si mette in proprio. Per lui ogni argomento che gli si pone davanti è degno di essere  studiato e approfondito, come quando il 29 dicembre 1479 assiste all’impiccagione in città di Bernardo Bandini dei Baroncelli, assassino di Giuliano de’ Medici nella congiura de’ Pazzi. L’artista esegue un disegno del cadavere, annotando anche i colori della veste del giustiziato.

Leonardo da Vinci, Disegno del cadavere di Bernardo Bandini, 1479.

Nel 1481 Leonardo inizia a lavorare a un’Adorazione dei Magi per la chiesa di San Donato a Scopeto. L’artista essendo un incorreggibile teorizzatore è sempre alla ricerca di soluzioni nuove e scelte formali più entusiasmanti. Sarà a causa di questa sua esigenza dell’anima che molte delle sue opere resteranno incompiute. È proprio il caso dell’Adorazione che rimane allo stato di abbozzo. Leonardo ha metodi di lavoro troppo lenti, opera più per se stesso che per le committenze e si occupa di molte cose nello stesso tempo, tanto da risultare dispersivo agli occhi di alcuni dei suoi numerosi ammiratori fiorentini. Troverà maggiore comprensione a Milano dove decide di trasferirsi.

Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi, 1481 c., Galleria degli Uffizi, Firenze.

L’ambiente milanese, seppur meno colto di quello fiorentino, è animato da un forte fermento artistico, letterario e scientifico. Il duca Gian Galeazzo Sforza prima e lo zio Ludovico il Moro poi, offrono a Leonardo ampie possibilità di espressione. Il genio vinciano dà immediatamente prova delle sue immense conoscenze e capacità spaziando dalla musica alla poesia, dalla filosofia alle scienze, dall’architettura alla pittura. Nel 1483 la Confraternita della Concezione commissiona al maestro la tavola nota come Vergine delle rocce, destinata alla chiesa di San Francesco Grande. Con quest’opera Leonardo, che si avvale dell’aiuto dei fratelli Evangelista e Ambrogio De Predis, stravolge la tradizione iconografica della Madonna con Bambino. La Vergine, infatti, non è ritratta in trono con il Bambino in braccio, bensì inginocchiata al centro dello spazio, risultando il fulcro di un gruppo di figure impostate secondo uno schema piramidale. I personaggi emergono da un fitto gioco di luci ed ombre che avvolge l’ambiente dando così vita ad un’atmosfera che crea un intimo rapporto tra le figure e il paesaggio.

Leonardo da Vinci, Vergine delle rocce, 1483-90 c., Musée du Louvre, Parigi.

In quello stesso periodo, Leonardo realizza anche opere quali Ritratto di musico e la celebre Dama con l’ermellino (che in realtà è un furetto), presunto ritratto di Cecilia Gallerani, amante del Moro. In Ritratto di dama (meglio noto come La belle Ferronnière, dove il termine “Ferronnière” sta ad indicare il nastro o catenella con gioiello che cinge la fronte della dama, ornamento tipico dell’epoca), l’artista rafforza i caratteri della sua nuova pittura: lo sfondo è assente, il busto è impostato in diagonale, lo sguardo è intenso. La pittura si trasforma  in mezzo di indagine psicologica con cui Leonardo ricerca la verità di questa donna e non la sua idealizzazione. La critica ancora si interroga sull’identità della ritratta: per alcuni si tratterrebbe di Lucrezia Crivelli, altra amante del Moro, per altri di una Cecilia Gallerani in età più avanzata, per altri ancora di Isabella d’Este, o di sua sorella Beatrice (moglie del Moro), o di Elisabetta Gonzaga.

A Milano Leonardo si cala anche nel ruolo di organizzatore di feste e di giochi in cui mostra la sua geniale inventiva con complicati marchingegni che divertono la corte. È il caso della nota Festa del Paradiso inscenata al castello in occasione delle nozze tra Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona, il 13 gennaio 1490. In questi anni, inoltre, Leonardo viaggia, esegue lavori di bonifica, restaura la tenuta dei duchi presso Vigevano, fa progetti per l’inondazione dei fossati al castello di Milano e continua lo studio per il monumento equestre a Francesco Sforza iniziato già al principio del suo soggiorno milanese.

Nel 1495 gli viene affidato un affresco che lo impegnerà per due anni. Si tratta di un’Ultima cena da dipingere sulla parete di una sala rettangolare che serve da refettorio ai frati del convento di Santa Maria delle Grazie. La natura di sperimentatore spinge Leonardo a utilizzare un nuovo tipo di pittura a fresco: anziché affidarsi alla tecnica tradizionale che impone tempi di esecuzione rapidi, fissa il colore sulla parete facendo ricorso a leganti organici che permettono di ritornare anche sulle parti già eseguite. Una tecnica che purtroppo si dimostra assai più vulnerabile agli attacchi dell’umidità e degli agenti atmosferici. Per tale motivo, già dopo pochi decenni il Cenacolo comincerà a subire i primi segni di un degrado che negli anni avanzerà pericolosamente. Negli ultimi tempi, dopo numerosi studi e ricerche, si è corsi ai ripari attraverso un progetto di restauro iniziato nel 1977 e conclusosi nel 1999. Una delicata operazione condotta  dalla restauratrice italiana Pinin Brambilla Barcilon, che ha visto l’impiego delle tecniche più avanzate del settore e la mobilitazione di scienziati, critici d’arte e restauratori di tutto il mondo.

Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1495-96, Santa Maria delle Grazie, Milano.

Quest’opera, dichiarata Partimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1980, è uno dei più alti capolavori della storia dell’arte. Se paragonata ad altre opere dello stesso tema eseguite da maestri contemporanei e del passato, il Cenacolo si impone per la sua potenza innovativa. Nelle iconografie tradizionali gli apostoli sono rappresentati in fila, seduti compostamente a tavola (solo Giuda è un po’ nascosto), mentre Gesù somministra il Sacramento. Questo dipinto, invece, vibra di drammaticità e di animazione, i moti umani sono espressi con una forza penetrante. Il Cristo ha appena annunciato agli apostoli che uno di loro lo tradirà; la reazione di questi è di sorpresa e di sdegno. Alcuni sembrano assicurare la propria innocenza, altri discutono a chi il Maestro abbia voluto alludere, altri lo guardano come per chiedere spiegazione di ciò che ha detto. Pietro si precipita su Giovanni, seduto alla destra di Gesù, e gli sussurra qualcosa all’orecchio spingendo involontariamente in avanti Giuda, il solo che non gesticola e non fa domande. Non c’è nulla di caotico in questo dipinto, nonostante l’atmosfera sia concitata.

Leonardo suddivide i dodici apostoli in quattro gruppi di tre, legati tra loro da gesti e movimenti, ritmati dalla figura centrale del Messia che appare calmo e rassegnato seppur dolente. Come narrato da un testimone oculare, Leonardo talvolta sale sull’impalcatura restandoci intere giornate, contemplando con le braccia conserte ciò che ha realizzato fino ad allora.

Nel 1499 la Lombardia viene invasa dalle truppe francesi di Luigi XII, le fortune del Moro finiscono e Leonardo decide di lasciare la città. Per un breve periodo è ospite del suo allievo prediletto, Francesco Melzi, nella sua casa di Vaprio d’Adda. Poco dopo, si ferma a Mantova, ospite dei Gonzaga. Isabella d’Este, donna colta e astuta, gli chiede un ritratto nella speranza di trattenerlo il più a lungo possibile a corte. Il risultato sarà un bellissimo cartone preparatorio, ma nulla di più. Agli inizi del Cinquecento Leonardo si reca a Venezia offrendo la propria consulenza in lavori di ingegneria militare per poi rientrare, nell’agosto dello stesso anno, a Firenze.

Leonardo da Vinci, Ritratto di Isabella d’Este, 1500 c., Musée du Louvre, Parigi.

Leonardo non vedeva la città del giglio da diciotto anni. Morto Lorenzo il Magnifico e cacciato il figlio Piero, è stata restaurata la repubblica con a capo il gonfaloniere Pier Soderini. Durante questo periodo, il genio vinciano, oltre ad impegnarsi nell’esecuzione dell’opera Sant’Anna, la Vergine, il Bambino e san Giovannino (di cui rimane solo un bellissimo cartone), approfondisce i suoi studi di anatomia sezionando più di trenta cadaveri e disegnando con impressionante precisione i vari organi del corpo umano. Sarà anche uno dei primi studiosi ad avventurarsi nel mistero della crescita del feto nel grembo materno. Nel 1502, Leonardo si allontana da Firenze per circa un anno per offrire, in qualità di architetto e  ingegnere militare, i suoi servigi a Cesare Borgia, il famigerato Duca Valentino, figlio del papa Alessandro VI, che ha creato un proprio stato in Romagna e nell’Italia centrale.

Leonardo da Vinci, Sant’Anna, la Vergine, il Bambino e san Giovannino, 1501-05, National Gallery, Londra.

Nel marzo del 1503 Leonardo rientra a Firenze ricevendo un importante incarico dal gonfaloniere Pier Soderini: dipingere un grande affresco per la sala del Gran Consiglio a Palazzo Vecchio. Gli si chiede di raffigurare la Battaglia di Anghiari, svoltasi nel 1440 che vide la vittoria degli armati fiorentini sulle truppe milanesi di Filippo Maria Visconti. Come per il Cenacolo, Leonardo desidera sperimentare una nuova tecnica che purtroppo però si rivela fallimentare: il colore cola inesorabilmente dalla parete. L’artista non riesce ad apporvi alcun rimedio e si rassegna alla sconfitta. Dell’affresco restano solo i suoi studi preparatori e una copia di Rubens che rivelano un’immagine vorticosa di uomini e cavalli impegnati in una furibonda lotta.

Pieter Paul Rubens, Copia della Battaglia di Anghiari, 1603, Musée du Louvre, Parigi.

Nel 1506 Leonardo abbandona nuovamente Firenze per ritornare a Milano, su invito del governatore francese Charles II d’Amboise. Qui collabora come architetto e ingegnere idraulico, si dedica all’ambizioso progetto del monumento equestre di Gian Giacomo Trivulzio e dipinge Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’agnello.

Leonardo da Vinci, Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’agnello, 1510-13, Musée du Louvre, Parigi.

Nel 1513 parte alla volta di Roma, ospite di Giuliano de’ Medici presso la villa del Belvedere. A Roma Leonardo incontra Michelangelo (col quale, si vocifera, non corre buon sangue) e Raffaello ma, anziché entrare in competizione con loro, preferisce dedicarsi a studi matematici e scientifici. Indaga le leggi delle onde e delle correnti, quelle che presiedono alla crescita degli alberi e delle piante; studia l’armonia dei suoni, la forma delle nubi e delle rocce, l’effetto dell’atmosfera sul colore degli oggetti distanti; concepisce macchine avveniristiche come quella volante (che un giorno sarebbe diventata realtà) avvalendosi delle sue osservazioni sul volo degli insetti e degli uccelli.

Un collage realizzato con appunti e disegni di Leonardo da Vinci.

Secondo lo storico dell’arte Ernst H. Gombrich, è probabile che Leonardo non avesse ambizioni scientifiche e che l’esplorazione della natura fosse per lui solo un mezzo per acquisire la conoscenza del mondo visibile di cui aveva bisogno per la sua arte. Al soggiorno romano risalgono un gruppo di disegni apocalittici sul tema della furia devastatrice della natura, a cui appartiene la serie del Diluvio (sedici disegni realizzati a carboncino, con tratti a inchiostro).

Leonardo da Vinci, Diluvio, 1517-18 c., The Royal Collection, British Royal family.

Tra il 1513 e il 1516 Leonardo realizza un dipinto raffigurante San Giovanni Battista. La figura incarna il suo ideale di bellezza: ammiccante, ambigua e vagamente inquietante.

Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista, 1513-16, Musée du Louvre, Parigi.

Dello stesso periodo è forse anche il massimo capolavoro di Leonardo, La Gioconda, conosciuto anche col nome di Monna Lisa, sulla cui datazione gli esperti ancora dibattono. Alcuni, infatti, pensano che l’opera sia stata iniziata dal maestro fra il 1503 e il 1506 e ultimata a Milano in questi anni. Leonardo ritrae una donna che per le implicazioni espressive e psicologiche comunicate dal suo sguardo indefinibile, si pone come emblema delle inquietudini umane. Non è un modello ideale di bellezza femminile ma il simbolo dell’enigma che risiede in ognuno di noi.

Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-06/13, Musée du Louvre, Parigi.

Per questo dipinto Leonardo si avvale largamente dello “sfumato”, una tecnica pittorica che tende a sfumare, appunto, i contorni delle figure con sottili gradazioni di luce e colore che si fondono impercettibilmente. Questa trovata leonardesca è la soluzione a un problema che ha attanagliato per anni numerosi artisti nelle cui opere le figure risultavano legnose, simili più a statue che a esseri vivi. Leonardo intuisce che se i contorni non sono delineati rigidamente, se si lascia la forma un po’ vaga ogni impressione di rigidezza sarà evitata. Nel volto di Monna Lisa, Leonardo lascia indefiniti gli angoli della bocca e degli occhi, ovvero gli elementi che generano l’espressione. Per questo motivo non si è sicuri dello stato d’animo della donna ritratta.

Questo senso di indistinto è sottolineato anche dal fatto che le due metà del dipinto non sono simmetriche. Ciò risulta maggiormente evidente osservando il paesaggio dello sfondo: l’orizzonte a sinistra è più alto che a destra, pertanto quando l’attenzione è puntata sul lato sinistro la donna sembra più alta ed eretta rispetto a quando è appuntata sul lato destro. Anche il volto sembra mutare a seconda della posizione, in quanto anche nel volto i due lati non coincidono. Sull’identità della ritratta si è dibattuto per secoli senza mai giungere a una soluzione unanime. Tradizionalmente è identificata come Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco di Bartolomeo del Giocondo (da cui il nome “Gioconda”) anche se ormai poco più importa: la Gioconda è solo se stessa, l’opera di un maestro che cerca, anche attraverso la pittura, l’assoluto.

Nel 1517 il re Francesco I invita Leonardo in Francia dove lo accoglie con tutti  gli onori e gli offre la possibilità di dedicarsi alle sue ricerche nella tranquillità del meraviglioso castello di Clos Lucé dove il genio si spegne, il 2 maggio del 1519, all’età di 67 anni, assistito dall’amico e seguace Francesco Melzi, suo esecutore testamentario. Cinquant’anni dopo l’inumazione nel chiostro della chiesa Saint-Florentin ad Amboise, la tomba viene violata e le spoglie di Leonardo si disperdono nei disordini delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Nel 1874 delle ossa ritrovate e attribuite a Leonardo sono poste nella cappella di Saint-Hubert, presso il castello di Amboise.

La tomba di Leonardo da Vinci nella cappella di Saint-Hubert, presso il castello di Amboise.

Scompare così il più grande genio di tutti i tempi, colui al quale non interessava la cultura libresca degli studiosi, che probabilmente conosceva poco il latino e ancor meno il greco, che non accettava mai ciò che leggeva senza prima controllarlo con i propri occhi, che tutte le volte che si trovava difronte a un problema cercava di risolverlo con qualche suo esperimento.

Non pubblicò mai i suoi scritti; i manoscritti e il corpus di disegni e appunti furono lasciati in eredità al fedele collaboratore Francesco Melzi, che li portò alla sua villa a Vaprio d’Adda, da cui poi gli eredi del Melzi sparpagliarono la collezione. Era mancino e si era abituato a scrivere da destra a sinistra in modo che i suoi appunti potessero essere letti solo con l’ausilio di uno specchio.

È probabile che non desiderasse divulgare le scoperte che andava facendo per il timore che le sue opinioni fossero tacciate di eresia. Nei suoi scritti si legge: «il sole non si muove», un’affermazione con cui molto probabilmente anticipava le teorie di Copernico che più tardi avrebbero causato non pochi problemi al povero Galileo Galilei.

Così come è probabile che intraprendesse le sue ricerche e i suoi esperimenti solo per placare la sua insaziabile curiosità e che una volta risolto un problema se ne disinteressasse, catturato da altri misteri su cui indagare. Lo stesso motivo per cui non portava a termine le commissioni affidategli: cominciava un quadro per poi lasciarlo incompleto, nonostante le sollecitazioni del cliente.  

Non si sposò né ebbe figli, forse era vegetariano e quasi sicuramente irreligioso. Era una creatura misteriosa e bizzarra, Leonardo; una mente vastissima e sempre feconda che ancora oggi suscita ammirato stupore. Un uomo cui, come scrisse il Vasari, «nessuno mai gli fu pari».

N. B. Ho realizzato un video con tutti i dipinti che fino ad oggi sono stati attribuiti, dalla quasi unanimità degli esperti, al solo Leonardo da Vinci. Come sottofondo musicale ho scelto una canzone il cui testo è stato scritto dallo stesso Leonardo. Il video è disponibile su YouTube a questo link. Buona visione e… buon ascolto 🙂

Valeria Auricchio

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